Chiesa della Santissima Trinità in Monte Oliveto

Chiesa della Santissima Trinità in Monte Oliveto
Santissima Trinità, Verona, dal nord.jpg
StatoItalia Italia
RegioneVeneto
LocalitàVerona
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareSantissima Trinità, Maria e Ognissanti
Diocesi Verona
Stile architettonicoromanico
Inizio costruzione1073

Coordinate: 45°26′00.6″N 10°59′35.16″E / 45.4335°N 10.9931°E45.4335; 10.9931

La chiesa della Santissima Trinità in Monte Oliveto è un luogo di culto cattolico di Verona, in parte realizzata in stile romanico ma con diversi rimaneggiamenti rinascimentali, situata nei pressi di piazza Cittadella, nel centro di Verona. La chiesa sorge su una collinetta di modeste dimensioni, ormai quasi nemmeno rilevabili, che si levava fuori dalle mura romane e comunali. La progressiva espansione urbanistica di Verona ha fatto sì che l'edificio finisse per essere completamente inglobato in diverse nuove costruzione, rendendolo seminascosto alla vista del passante, fatta eccezione per il suo alto campanile.

Sorta sul probabile luogo di una necropoli romana, la costruzione della chiesa venne iniziata nel 1073 grazie anche al sostegno di Matilde di Canossa, ad opera della congregazione vallombrosana per farne un loro monastero. La consacrazione avvenne il 12 gennaio 1117 ma a causa delle distruzione del terremoto che colpì la città nello stesso anno si dovette procedere, tra il 1130 e il 1140, ad una seconda fabbrica. I primi secoli di vita della comunità religiosa residente furono caratterizzati da una grande prosperità: oltre alla chiesa e alle residenze dei monaci qui vi era un ricovero per pellegrini e uno scriptorium di notevole importanza. Con il crescere del numero di monaci si dovette procedere nel corso del XIV secolo all'ingrandimento della chiesa ed in particolare della zona dell'abside. Alcuni lasciti finanziarono la realizzazione di affreschi sulle pareti interne e la commissione a Turone di Maxio di un polittico, raffigurante la Santissima Trinità, oggi conservato al Museo di Castelvecchio. Con il finire del trecento iniziò la parabola discendente del monastero che ebbe il suo culmine nel 1441 con il passaggio in commenda e l'allontanamento dei vallambrosiani. Nel 1529 il vescovo Gian Matteo Giberti trovò l'edificio "in preda alla desolazione e bisognoso di grandi restauri". Il 17 aprile 1543 lo stesso Giberti ottenne da papa Paolo III che il complesso fosse adibito a ricovero per le "donne pentite o mal maritate"; contestualmente vennero intrapresi nuovi lavori di ristrutturazione e ampliamento che snaturarono l'antico impianto architettonico in virtù delle nuove disposizioni della controriforma. A partire dalla fine del XVIII secolo iniziò un periodo di grandi travagli per l'ex monastero vallambrosiano. Nel 1797 i francesi decretarono la soppressione dell'abbazia per essere adibita ad ospedale militare. Analoghe destinazioni d'uso occorsero in occasione delle guerre d'indipendenza italiane, durante l'epidemia di vaiolo del 1871-1873 e quando la città venne flagellata dall'inondazione del 1882. Il 6 aprile 1945 la chiesa fu colpita e seriamente danneggiata a seguito di un bombardamento della seconda guerra mondiale che portò anche alla completa perdita dell'antico chiostro. Al termine del conflitto si procedette immediatamente alla ricostruzione della chiesa, tanto che già nel 1946 si poté riprendere l'attività liturgica.

Il complesso è in stile romanico veronese: la facciata a capanna, con protiro pensile e due trifore da' accesso a un atrio, prolungamento della chiesa primitiva, una volta utilizzato come sagrato cimiteriale e in cui sono ancora conservate antiche tombe come un pregevole sarcofago in marmo rosso di Verona. La muratura è tipica di Verona: a filari alternati di cotto e tufo. Il campanile è di solido impianto quadrato simili a quelli quasi coevi di San Zeno e San Fermo, alla base sono incastonate alcune pietre di spoglio provenienti dall'antica necropoli mentre la cella campanaria è composta da quattro trifore. L'interno della chiesa è quello che ha subito maggiori trasformazioni nel corso dei secoli perdendo quasi totalmente il suo aspetto romanico originario; si salvano alcuni affreschi che decorano le pareti di sinistra, il catino absidale e l'arco trionfale. Vi sono, inoltre, conservate numerose altre opere d'arte, in particolare dei pittori veronesi Domenico e Felice Brusasorzi.

Localizzazione ed etimologia del nome

La chiesa sorge su una collinetta di modeste dimensioni, ormai quasi nemmeno rilevabili, che si levava fuori dalle mura romane e comunali. Dopo la seconda guerra mondiale il complesso si è trovato al centro di un intenso processo di urbanizzazione che l'ha portato ad essere totalmente inglobato nel tessuto urbano cittadino. L'abbazia venne dedicata alla Santissima Trinità, alla Beata Sempre Vergine Maria e a tutti i Santi, ma è conosciuta più semplicemente come "Santissima Trinità in Monte Oliveto". Vi sono diverse teorie riguardo all'origine di "Monte Oliveto", la più semplice propone che fosse stata edificata dove vi erano diversi olivi, anche se appare improbabile in quanto queste piante crescono solitamente ad una altitudine e in un terreno diverso. Le altre supposizioni ricordano come nel Medioevo fosse comune utilizzare toponimi che richiamassero i luoghi evangelici come, appunto, il Monte degli Ulivi di Gerusalemme, dove Gesù si sarebbe ritirato prima della passione.[1]

Un'altra teoria si basa sul Codice Palatino 927, realizzato nello scriptorium dell'abbazia nel 1181, in cui si legge "Questo libro in cui leggi, o venerando lettore, sappi in buona fede che appartiene alla Santa Trinità, il cui bellissimo ovile è posto poco lontano da Verona degna di grande lode. Si chiama Monte Oliveto quel dosso perché qui l'Imperatore con mille cavalieri si compiacque di ricevere la fronde d'olivo dal vescovo che era pastore di questa terra" (si riferiva all'incontro tra l'imperatore Barbarossa e il vescovo Ognibene).[2] Inoltre, era comune che i crociati al ritorno dalla Terrasanta chiamassero alcune località della propria città con i nomi dei luoghi sacri e sappiamo che diversi veronesi parteciparono alla terza. Ciò avvenne, ad esempio, per la chiesa di Santa Maria di Betlemme, che oggi è la chiesa di San Zeno in Monte e per la Chiesa del Santo Sepolcro che oggi è la chiesa di Santa Toscana.[3]

Storia

Fondazione e vita dell'abbazia vallombrosana

Base del campanile. Si notino le pietre di reimpiego utilizzate provenienti da una precedente necropoli romana

Con ogni probabilità la chiesa della Santissima Trinità in Monte Oliveto venne edificata sul luogo, o nelle immediate vicinanze, in cui in antichità si trovava una necropoli romana, da cui vennero reimpiegate alcune pietre, elegantemente scolpite, per essere utilizzate alla base del campanile, come quella detta "rei figli" in cui sono raffigurati i busti di quattro uomini.[4][5] La scelta, comunque, dovette cadere su questo luogo per via della sua compatibilità con i dettami della regola benedettina, ossia estraneità all'ambiente cittadino e vicinanza ai poveri che vivevano fuori dalle mura.[6]

L'inizio della sua edificazione si ebbe ad opera dei monaci della congregazione vallombrosana nel 1073, durante quel periodo storico caratterizzato dallo scontro tra il papato e l'impero conosciuto come lotta per le investiture. A quel tempo Verona si trovava schierata a favore dell'imperatore, tanto che lo stesso vescovo Bruno fu da lui nominato; ma proprio nel 1073 vi fu un avvicinamento verso il papa, peraltro ben testimoniato dalla presenza nel mese di agosto in città di Matilde di Canossa, fervida sostenitrice del potere papale e della riforma gregoriana. E fu, pare, proprio la grancontessa a finanziare parte della fondazione della nuova chiesa a suggellare tale cambio di rotta.[7][8][9] Tuttavia questo indirizzo politico dovette durare ben poco e Bruno tornò ad allinearsi con l'imperatore Enrico IV di Franconia, tanto che i lavori della chiesa dovettero essere interrotti per qualche decennio. Nonostante questo, nel 1115, il marchese Folco di Azzano II d'Este fece dono ai monaci, per la salvezza della sua anima, di quella della moglie e dei genitori, di alcune terre e di una cappella a Montagnana, segno che il cantiere era ripreso e che si trovava a buon punto.[10]

Pagina del Codice Palatino 927 del 1181 (conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana) realizzato nello scriptorium del monastero. Nel disegno sono rappresentati lo storico Pompeo Trogo e l'abbreviatore Marco Giuniano Giustino

Poco sappiamo di questo primo edificio ma alcune teorie sono state avanzate in proposito. Parte degli studiosi la ritiene una chiesa ad un'unica navata terminante in una sola abside e posta con un orientamento da sud a nord come la basilica di San Zeno.[11] Altri propongono invece che già essa presentasse l'asse maggiore diretto da est ad ovest come era solito per le chiese vallambrosiane dell'epoca, e ad un'unica navata. In questo caso si può supporre che fosse dotata di tre absidi come ha suggerito il ritrovamento sotto il pavimento del presbiterio delle fondazioni di un'abside centrale perfettamente allineato con quelli laterali ed arretrato di 1,80 metri rispetto all'attuale. Pertanto, l'attuale abside settentrionale sarebbe originale di questo edificio mentre il centrale sarebbe stato rifatto successivamente.[12]

Il 12 gennaio 1117 la chiesa venne finalmente consacrata, anche se probabilmente non del tutto ultimata, e dedicata alla Santissima Trinità, alla Beata Maria sempre Vergine e a tutti i Santi.[10][13] Tra il 1130 e il 1140 un secondo cantiere venne intrapreso per risistemare la chiesa dai danni causati dal terribile terremoto che colpì la città nel 1117 e nell'occasione vennero aggiunti due chiostri, grazie alla donazione di tale Viviano Bevilacqua, e le residenze dei monaci.[11] Il complesso monastico venne così completato e ben presto la comunità crebbe con l'arrivo dei monaci provenienti dal monastero vallombrosiano di san Gervasio al Mella.[14][15] Sempre ligi alla tradizione della regola benedettina da loro adottata, i monaci della Santissima Trinità in Monte Oliveto fondarono qui una scuola e un scriptorium che nulla ebbe da invidiare con quello quello del capitolo della cattedrale e di quello del monastero di San Zeno.[16] Tra le varie opere qui prodotte si può menzionare il codice degli Annales Sanctae Trinitatis in cui un abile calligrafo e miniatore riportò la storia degli imperatori.[17]

Nel 1146 venne portata a compimento la realizzazione di un pozzo e nel 1166 il decano Cristiano divenne abate. L'anno successivo i monaci iniziarono a gestire uno xenodochio, un ospizio per pellegrini che da qui transitavano; un'iscrizione oggi al museo di Castelvecchio ricorda tale istituzione.[18][19] Verso al fine del XIII secolo l'altare della chiesa era adornato da un dossale di pietra dipinta scolpita da Rigino di Enrico,[20] ora collocato sul muro interno dell'abside centrale.[21] Vi era anche un pregevole ciborio realizzato in tufo dipinto.[22] Il 4 luglio 1335 la chiesa della Santissima Trinità venne elevata a parrocchia per volere del vescovo Niccolò di Villanova.[15][23]

Polittico della Santissima Trinità, opera di Turone di Maxio, oggi conservato al Museo di Castelvecchio

A quel tempo il monastero dovette godere di grande prosperità, tanto che nel corso del XIV secolo si dovette procedere ad alcuni importanti lavori per ingrandire la chiesa. Innanzitutto venne ampliata l'abside al fine di avere un coro più ampio, in grado di accogliere i tanti monaci che partecipavano alle celebrazioni liturgiche. Tale modifica è ben testimoniata dalla differenza che si può cogliere tra l'abside di sinistra, costruita in filari di tufo e mattoni di laterizio con fondazioni in pietra, e quella in blocchi di biancone posti su di un conglomerato di ciottoli e malta di quella centrale. L'aula ad occidente doveva raggiungere in lunghezza circa la metà di quella attuale, arrivando pressapoco all'attuale altare dell'Immacolata.[24] Grazie anche ad un lascito di tale Bartolomea Perixio, tra il 1357 e il 1359, l'abate del monastero Bartolomeo poté incaricare diversi artisti di decorare gli interni della chiesa.[25] Tra i pittori che vi lavoravano si identificano Martino da Verona, autore di alcuni affreschi dell'arco trionfale, e Turone di Maxio che realizzò il polittico della Santissima Trinità oggi conservato al Museo di Castelvecchio, che andò a sostituire la scultura di Rigino non più in linea con il gusto del tempo.[26][27][28]

A partire dalla metà del trecento iniziò il declino del monastero: i monaci erano sempre di meno e tra loro vi erano forti tensioni, tanto che uno di loro arrivò ad uccidere l'abate Lodovico proprio il giorno della sua elezione, 15 settembre 1379. Il fatto di sangue provocò anche tumulti da parte della popolazione residente nel borgo attiguo al monastero, che sfociarono in un vero e proprio saccheggio dell'abbazia.[29][30] Le cose andarono sempre peggiorando e, circa dieci anni dopo, il Ministro Generale dell'Ordine si trovò nelle condizioni di dover fare appello a Bartolomeo e Antonio della Scala, signori di Verona, di nominare un loro fiduciario alla guida del monastero.[31]

Trasformazioni del XVI e del XIX secolo

Loggia posta sopra il vestibolo all'interno della chiesa, utilizzata dalle Penitenti per assistere alla liturgia senza mischiarsi agli altri fedeli e protette da una grata

A partire dal 1441 i monaci vallambrosiani abbandonarono il complesso e per mezzo di una bolla pontificia di papa Eugenio IV l'abbazia fu passata in commenda, stessa sorte che toccò ad altri monasteri cittadini, come quelli di San Giorgio in Braida e Santa Maria in Organo; il primo abate commendatario fu il vescovo veneziano Pietro Lippomano, protonotaro della Santa Sede.[32][33] Nel 1529 il vescovo di Verona Gian Matteo Giberti si recò qui in visita pastorale trovando l'edificio "in preda alla desolazione e bisognoso di grandi restauri", lo stesso tabernacolo era "mal curato e tenuto indecorosamente". A tale visita ne seguirono molte altre a cui facevano sempre seguito numerosi consigli dati per migliorare la situazione.[34] Giberti chiese e ottenne il 17 aprile 1543 da papa Paolo III che la chiesa fosse adibita a ricovero per le "donne pentite o mal maritate",[35][36] a cui si aggiunsero successivamente le Povere Orfane, un Educandato di Donzelle e un Ritiro per Nobili Matrone; sei gentildonne veronese elette dai Governatori cittadini sovraintendevano alla gestione di questi gruppi.[37][38] Contestualmente a questa nuova destinazione si procedette con un ulteriore allungamento della chiesa e ad un sostanziale rinnovamento per meglio ottemperare alle nuove esigenze dettate dalla controriforma, snaturando, tuttavia, il precedente impianto architettonico.[39] Inoltre, all'interno venne realizzata una loggia posta sopra l'ingresso, ove le Penitenti potevano assistere alle funzioni senza mescolarsi agli altri fedeli;[40] una nuova facciata fu costruita alzando quella originale fino all'altezza del nuovo tetto, come ben di può vedere dai diversi materiali utilizzati.[41] Davanti venne aggiunto un piccolo atrio, in stile romanico, per assolvere le funzioni di sagrato cimiteriale.[42][13][43]

L'8 luglio 1797, durante la presenza a Verona delle truppe napoleoniche, l'abbazia venne definitivamente soppressa e i locali adibiti ad ospedale militare.[44][13] Nel corso dei primi anni del XIX secolo, tra il 1816 e il 1836, la chiesa andò incontro ad un'ulteriore profonda trasformazione che gli conferì l'aspetto neoclassico che tutt'oggi caratterizza gli interni, al costo del sacrificio degli antichi affreschi che adornavano le pareti.[45][46] Venne realizzato un soffitto per nascondere le originali capriate in legno, il muro di sinistra venne intonacato, si innalzarono paraste che davano l'impressione di sostenere il tetto, le finestre dell'abside centrale vennero ingrandite, l'altare maggiore trovò una nuova collocazione in fondo al presbiterio e ai suoi lati si scavarono delle nicchie per ospitare statue di tufo di santi, mentre nelle due absidi laterali si edificarono gli altari.[47] Nel 1840 si realizzò una nuova sagrestia sul fianco sinistro e due anni dopo fu la volta del rifacimento del pavimento della chiesa.[48]

Le travagliate vicissitudini degli ultimi due secoli

La chiesa vista posteriormente

I decenni successivi non furono facili per il complesso della Santissima Trinità, che fu vittima dell'avvicendarsi di diversi avvenimenti storici che comportarono più volte la sua sconsacrazione. La prima volta accadde in occasione della seconda guerra di indipendenza quando, tra il 1º giugno 1859 e l'11 ottobre 1863, venne adibita a magazzino militare e la parrocchia trasferita nella vicina chiesa delle Stimmate di San Francesco.[49][50] Nel giugno del 1866 venne sconsacrata in quanto trasformata in ospedale militare per i feriti della battaglia di Custoza, così come accadde tra il 1871 e il 1873 quando si dovettero qui ricoverare i malati di un'epidemia di vaiolo.[51] Utilizzata come ricovero per gli sfollati dell'inondazione di Verona del 1882, subì una nuova sconsacrazione temporanea.[52][53][54]

Tra il 1898 e il 1902 vennero sospese ancora una volta le attività liturgiche al fine di procedere con un ampio restauro, guidato dall'architetto Alessandro da Lisca, in cui vennero rifatte le travature lignee del tetto, nuovamente visibili con l'eliminazione del soffitto, e si ridette luce al grande affresco dell'Annunciazione sull'arco trionfale. Anche il campanile fu oggetto di un restauro volto al consolidamento della base e della pigna e al ripristino dei pinnacoli laterali.[55] Nel 1939 fu la volta del rifacimento della copertura dell'atrio, nel 1941 venne demolito l'altare maggiore in tufo per essere sostituito con uno in marmo progettato dall'architetto Flavio Paolo Vincita e consacrato dal vescovo Girolamo Cardinale l'anno successivo.[56]

Nel corso del 1945, durante la seconda guerra mondiale, Verona subì diversi bombardamenti che più volte coinvolsero i dintorni della chiesa; fu in particolare quello delle 13.30 del 6 aprile che causò maggiori danni all'edificio, in quanto venne colpito in pieno. Le strutture murarie furono gravemente danneggiate, venne perso totalmente l'antico chiostro romanico e alcune opere d'arte come un Sant'Antonio da Padova di Sante Prunati, Nozze di Cana di Andrea Celesti, tele di Domenico Zorzi, Lodovico Dorigny e Biagio Falceri, un gruppo marmoreo dell'Addolorata di Pietro Muttoni, oltre al danneggiamento di molte altre. Al termine del conflitto si procedette velocemente alla sua ricostruzione, tanto che già nel 1946 si poté riprendere l'attività liturgica.[57][58]

Esterno

Oggigiorno la chiesa della Santissima Trinità è inserita in un contesto urbano ben diverso da quello isolato delle origini. L'espansione di Verona oltre le mura comunali ha finito per inglobare l'edificio, che d'altro canto si è notevolmente ridimensionato nel tempo perdendo gran parte dei due chiostri medievali, rendendolo seminascosto alla vista fatta eccezione per il suo campanile. Oggi il complesso abbaziale si presenta assai rimaneggiato rispetto alle origini per cui si possono individuare come facenti parte del nucleo primitivo l'abside settentrionale, l'abside maggiore, l'atrio e il campanile, databile questo intorno al 1130.[59] Nella parte meridionale vi era il chiostro andato perduto durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.[59]

Atrio e facciata

Facciata dell'atrio

L'atrio, prolungamento della chiesa primitiva, si presenta con la tipica facciata a "capanna" a due spioventi di tipo romanico-veronese nonostante sia stata realizzata nel XVI secolo, quando tale stile era oramai superato da molto tempo; probabilmente si volle riproporre l'aspetto trecentesco seguendo i dettami estetici di quel tempo. La muratura è costituita da un'alternanza di biancone e mattoni che si conclude con i tipici archi rampanti sotto gli spioventi. Questi archi si ritrovano anche nel vicino campanile e sono ricavati da un unico blocco di biancone di forma cubica in cui si intaglia nettamente l'arco centinato. Il portale d'ingresso ad arco ribassato è sormontato da un protiro pensile, ritenuto proveniente dall'antica facciata, e affiancato da due trifore per parte sostenute da coppie di esili colonne marmoree.[60]

Sarcofago di Antonia da Sesso

L'interno dell'atrio servì come sagrato cimiteriale e ancora oggi sono conservate alcune tombe. Sulla parte di destra si trovano, infatti, tredici lapidi tombali risalenti al XIX secolo mentre sul lato di sinistra vi è la pietra tombale della nobile famiglia Guarienti e il sarcofago di Antonia da Sesso, figlia del condottiero Frignano da Sesso, comandante della vicina cittadella militare che qui riposa dal 1521. L'arca è realizzata in marmo rosso di Verona, sul lato è scolpito lo stemma nobiliare dei da Sesso mentre sul coperchio, in caratteri gotici vi è la seguente iscrizione: "Hec e[st] sepultura nobilis d[ominae] Antho[n]ie filie/specatbilis viri fregnani de Sesso que/obiit anno D[omini] MCCCCXXI die XXV juli".[61]

Interno dell'atrio con, in fondo, la facciata della chiesa, a sinistra il sarcofago di Antonia da Sesso e a destra le pietre tombali

Oltrepassato l'atrio, a chiudere il suo lato orientale, vi è la facciata della chiesa. Osservando la differenza dei materiali utilizzati si può facilmente notare il segno dell'ingrandimento avvenuto nel corso del XVI secolo, in quanto la parte di muratura aggiunta è stato intonacata, mentre l'antica struttura trecentesca è stata lasciata con il paramento murario a vista. Al centro, sopra il portale in stile neoclassico, vi è un'epigrafe scolpita sul marmo che ricorda la donazione a favore della chiesa fatta dall'abate commendatario e vescovo di Brescia Marino Zorzi. Ai lati due ulteriori lapidi che riportano avvenimenti relativi alla storia del complesso: alla destra si ricorda l'indulgenza a favore dei confratelli della Congregazione della Dottrina Cristiana promossa nel 1763 da papa Clemente XIII, mentre a sinistra si serba la memoria della consacrazione della chiesa avvenuta il 12 gennaio 1117.[62]

Absidi

Absidi della chiesa, quella in primo piano (a settentrione) è la più antica, risalente al primo edificio

Ad oriente al chiesa termina con tre absidi, appartenenti a diverse fasi costruttive, con le due laterali di dimensioni più contenute rispetto alla centrale. Quella posta a settentrione è quella più antica e appartenne alla prima chiesa consacrata nel 1117.[13] Le sue fattezze ricordano quelle di San Fermo Maggiore e di San Zeno ed è realizzata quasi totalmente in mattoni di laterizio, con due piccole apertura atte a far filtrare la luce all'interno e una decorazione del sottogronda in tipico stile romanico.[63] L'abside centrale risale alla ristrutturazione avvenuta nel corso della metà del XVI secolo e venne progettata traendo forse ispirazione da quella della cattedrale di Verona, benché di molto antecedente, come si può notare dalle lesene che suddividono ritmicamente il tamburo e la serie superiore di archetti pensili. Per la sua costruzione venne impiegata della semplice pietra bianca. Nel corso di uno scavo avvenuto nel 1985 si poté osservare che essa poggia su di una base in ciottolame, probabilmente le fondazioni di un'abside arretrato di circa 1,80 metri rispetto all'attuale, appartenente ad una più antica chiesa.[64][13]

Il terzo abside, infine, venne realizzato in occasione dell'ingrandimento occorso nel XIV secolo quando ci fu il periodo di massima prosperità del monastero e vi era l'esigenza di spazi maggiori, soprattutto nel coro che doveva ospitare sempre più monaci. Su di un lato si può notare la presenza di resti di una più antica costruzione.[59]

Campanile

Il campanile della chiesa della Santissima Trinità

La chiesa è dotata di un campanile squisitamente romanico che spicca tra le varie costruzioni addossate all'edificio chiesastico. A base quadrata, è posto sulla fiancata sinistra della chiesa con cui condivide parte del muro settentrionale.[65] Di solido impianto, è forse il prototipo romanico di tali manufatti nel veronese essendo, molto probabilmente, anteriore a quello dell'abbazia di San Zeno che ne ripete l'organizzazione, pur su dimensioni maggiori e con due ordini di trifore. Massiccio, caratterizzato dal rosso dei mattoni di laterizio e reso leggero ed elegante dai corsi chiari di tufo e biancone, dalle lesene e dagli spigoli che lo risalgono al centro e agli angoli, è ornato da tre linee orizzontali di archi a varie altezze e alleggerito dalle finestre a trifora della cella campanaria. Come a San Zeno, nella muratura di base del campanile si trovano frammenti di lapidi e di sculture romane. Notevole una delle grandi mensole funebri per sepoltura a tavolo, con la testa di un Tritone, sul lato ovest, e, sul lato nord, di Medusa affiorante dal muro del campanile, come quella di corso Porta Borsari. Proviene dalla necropoli romana che fiancheggiava la via Claudia Augusta Padana, che passava attraverso questi luoghi e si avviava verso Ostiglia tramite il vicus Veronensium.[66][53]

Sulla facciata a settentrione si apre una piccola porta, antico accesso al campanile prima che venisse spostato in sagrestia, contornata da una ghiera in conci di tufo che, secondo le osservazioni dello storico Wart Arslan, sono del "tutto affini a quelle che abbiamo ritrovato nella chiesa inferiore di San Fermo, in Santa Maria Antica e altrove".[67] Su ogni lato della canna sono presenti contrafforti angolari e una lesena centrale in tufo e pietra bianca che fornisce alla struttura un certo slancio verticale. Alcune file di archetti, in biancone, fungono da marcapiani. La cella campanaria è costituita da una trifora a doppia strombatura su ogni lato, interposta da archetti scolpiti in pietra, ed è sovrastata da una pigna realizzata in cotto e contornata da quattro pinnacoli in cotto e pietra.[68][53]

Interno

Interno della chiesa

Gli spazi interni della chiesa sono quelli che hanno visto le maggiori trasformazioni nel corso del tempo; ben poco dell'originale impianto romanico rimane visibile oggi.

La pianta della chiesa, pur manomessa in vari periodi, si rivela simile a quella della vicina San Fermo: di struttura longitudinale, è chiusa da un'abside che comprende tutta la larghezza della navata o, come sembra, delle tre navate originarie. Due cappelle sono affiancate alla maggiore absidale formando un transetto e sporgendo sulla linea del piedicroce. La piccola abside settentrionale, datata intorno al 1117, è costruita in mattoni di laterizio, in triplici filari alternati regolarmente a un corso di biancone, presentando quindi uno dei primi esempi di tale tecnica costruttiva. Le altre parti della Trinità superstiti della costruzione romanica sono databili negli anni intorno al 1130 e riconoscibili nell'abside maggiore, nell'atrio e nel campanile.

La pianta è a croce latina, la cui aula è ad un'unica navata, coperta da un tetto a capriate lignee, che termina nella zona absidale costituita da un coro semicircolare con soffitto a catino e da due cappelle laterali, i bracci della croce, racchiuse superiormente da volte a crociera.[65]

Piedicroce

Conversione di San Paolo di Felice Brusasorzi, collocato sul muro di destra nel vestibolo

Appena entrati nel piedicroce ci si trova in un ampio vestibolo ricoperto da volte a vela decorate nel XVI secolo con affreschi rappresentanti motivi floreali. Quattro colonne doriche sorreggono la sovrastante loggia ove una volta le Penitenti potevano assistere alle funzioni liturgiche nascoste da una grata.[69] Sopra l'ingresso vi è un affresco, probabilmente parte di uno più grande che una volta doveva ricoprire tutto il muro, opera del pittore veronese Domenico Brusasorzi, in cui è rappresentato un Padreterno.[70] Sulla destra, oltre ad una acquasantiera del Cinquecento, vi è Conversione di San Paolo, un quadro del figlio di Domenico, Felice Brusasorzi.[70] Dalla parte opposta vi è l'ingresso della cappella del Santissimo Sacramento in cui oggi è venerata la Madonna di Loreto. Una lapide murata all'interno attesta la costruzione della cappella al 1743; al suo interno vi è un San Giovanni Evangelista raffigurata in un ovale di Gian Domenico Cignaroli e una Crocifissione di autore anonimo.[70]

Altare Brazzi con la pala Sant'Orsola e Compagne di Domenico Brusasorzi

Oltrepassato il vestibolo si entra nella navata e subito a destra si trova l'altare Brazzi ove dal 1816 trova collocazione, tra due colonne scanalate, il dipinto ad affresco Sant'Orsola e Compagne di Domenico Brusasorzi. L'altare venne fatto innalzare da Jacopo Brazzi nel 1634 per rispettare le volontà del defunto fratello Giovanni Antonio.[71][46] Di fronte, dunque sulla sinistra, vi è l'altare in stile manierista di Santa Caterina, oggi dedicato a San Gaspare Bertoni, che venne realizzato in marmo policromo, con due colonne lisce in marmo rosso di Verona sormontate da capitelli decorati a festone che sorreggono un architrave di modeste dimensioni. Un affresco, in pessime condizioni di conservazione, di Domenico Brusasorzi, Sposalizio di Santa Caterina della Ruota col Bambino Gesù, Maria Vergine, San Giuseppe e San Onofrio, funge da pala d'altare.[72]

Altare del Sacro Cuore con la pala di Giovanni Caliari

All'altezza del successivo altare di sinistra, quello dell'Immacolata, si può notare il passaggio tra l'edificio più moderno e quello più antico risalente al XII secolo. Il seicentesco altare dell'Immacolata appare come un'opera riccamente scolpita con marmi di diversi colori: giallo, viola, verde e nero. Originariamente era qui collocata una statua di Matteo Marinelli successivamente sostituita da una novecentesca proveniente dalla val Gardena.[73] A destra, all'opposto, si trova l'altare neoclassico del Sacro Cuore, in precedenza dedicato a San Luigi Gonzaga. Questo ospita una pala di Giovanni Caliari, Sacro Cuore di Gesù con San Luigi Gonzaga, San Giuseppe e San Pietro collocata tra due colonne lisce in marmo giallo e rosso.[74] Proseguendo sul fianco destro in direzione del presbiteri vi sono appese al muro due tele di Felice Brusasorzi, Padreterno fra angeli, considerata la prima opera conosciuta di Felice, e Madonna col Bambino, San Giovannino e otto Sante oltre ad una Adorazione dei Magi di Jacopo Ligozzi.[75]

Lato sinistro della chiesa: altare dell'Immacolata e affreschi trecenteschi

Sul muro sinistro della navata, oltre l'altare dell'Immacolata, vi sono diversi affreschi scoperti nel 1973 e che ricordano nello stile quelli che decorano le preti di San Fermo e San Zeno. Divisi su due registri, in quello superiore vi è un ciclo raffigurante Storie di Cristo con tre episodi del Nuovo Testamento: Ingresso Trionfale di Gesù a Gerusalemme, Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci, Resurrezione di Lazzaro. Nella parte inferiore è San Martino che dona il mantello al povero, Santissima Trinità, Martirio di San Bartolomeo e Santi. Non si conosce il nome del frescante ma la critica concorda sul fatto che i due registri sono di autore e di epoca differente: quello superiore, attribuito ad un generico "Maestro della Santissima Trinità", è stato datato intorno alla prima metà del XIV secolo, mentre quello inferiore appare più tardo e presumibilmente risalente alla seconda metà dello stesso secolo.[76]

Presbiterio e cappelle laterali

Presbiterio della chiesa, si noti l'arco trionfale con affrescati nella volta otto apostoli (nell'estradosso l'Annunciazione di Martino da Verona) e il catino absidale con una Santissima Trinità. Sulla sinistra l'arco attraverso il quale si raggiunge la cappella della Madonna del Carmine e la sagrestia

All'estremo orientale della chiesa vi è il presbiterio e due cappelle laterali collocate all'interno dei dei absidi minori, quasi a formare una sorta di transetto. A destra si trova la cappella di Santa Lucia a cui si accede attraversando un arco il cui intradosso risulta finemente decorato con motivi floreali e rappresentazioni di frutta. Sull'altare, consacrato nel 1816, è posta la statua dorata che raffigurata la santa titolare nell'atto di reggere una palma.[21]

Il presbiterio e il coro sono collocati nell'abside maggiore centrale il cui catino è riccamente affrescato con una pregevole Santissima Trinità in una mandorla sostenuta da angeli. La presenza di tale opera trecentesca venne scoperta solo nel 1886 dopo che era stata ricoperta di intonaco.[21] Al centro del muro absidale è collocato un bassorilievo policromo, opera del lapicida Rigino di Enrico della fine del XIII secolo, in principio fu utilizzato come dossale di altare per poi essere spostato più volte fino al 1992 quando venne restaurato e qui posto. Realizzato in tufo su di esso vennero scolpite tre scene una sopra l'altra: una Trinità, una Annunciazione e, infine, una Incoronazione di Maria.[21] Più in basso un finto alare del XVIII secolo.[77] Il presbiterio è separato dalla navata da un arco trionfale decorato da una eccellente Annunciazione, tradizionalmente attribuita a Martino da Verona e dunque risalente alla fine del XIV secolo.[78] All'interno della volta vi sono invece le rappresentazioni di otto apostoli, quelle degli altri quattro decoravano inizialmente i pilastri ma vennero eliminati nel 1863 quando si decise di realizzare quattro nicchie per ospitare le statue dei Sant'Ambrogio, San Girolamo, Sant'Agostino, San Gregorio, tutti dottori della chiesa.[79] Infine, il tabernacolo, il coro, l'altare maggiore, l'ambone sono tutte opere della seconda metà del XX secolo progettate secondo i dettami del Concilio Vaticano II dall'architetto Raffaele Bonente.[77]

Affresco trecentesco del Giudizio Universale nella cappella di sinistra

Nell'abside di sinistra vi è la cappella dedicata alla Madonna del Carmine ed è separata dal resto della chiesa da due archi: il più piccolo di epoca cinquecentesca; il più grande, decorato nell'intradosso, trecentesco.[80] La collocazione dell'altare seicentesco nella cappella ha comportato la chiusura di tre piccole monofore dell'antica abside e la parziale copertura dell'affresco Giudizio universale risalente al XIV secolo. Nel 1518 venne, inoltre, qui posto un battistero di forma ottagonale traslato dalla ex chiesa di Sant'Agnese. Oltre la cappella si apre la sagrestia in cui si custodiscono alcuni oggetti pregevoli tra cui settecentesca statua della Madonna di Loreto, alcuni paramenti liturgici della stessa epoca, due ovali del Cignaroli, un ostensorio di notevole fattura, calici in argento e un breviario romano stampato nel 1647.[81]

Note

  1. ^ Bonomi, 2005, p. 19.
  2. ^ Bonomi, 2005, pp. 19-20.
  3. ^ Bonomi, 2005, p. 21.
  4. ^ Pighi, 1893, p. 13.
  5. ^ Carrara, 1974, p. 44.
  6. ^ Carrara, 1974, p. 45.
  7. ^ Carrara, 1974, pp. 46-47.
  8. ^ Mor, 1964, pp. 147-158.
  9. ^ Viviani, 1992, p. 9.
  10. ^ a b Carrara, 1974, p. 47.
  11. ^ a b Bonomi, 2005, p. 31.
  12. ^ Bonomi, 2005, p. 35.
  13. ^ a b c d e Benini, 1988, p. 210.
  14. ^ Carrara, 1974, pp. 47-48.
  15. ^ a b Viviani, 1992, p. 12.
  16. ^ Carrara, 1974, p. 48.
  17. ^ Carrara, 1974, pp. 48-49.
  18. ^ Bonomi, 2005, p. 37.
  19. ^ Carrara, 1974, pp. 49-50.
  20. ^ Mellini, 1972.
  21. ^ a b c d Viviani, 1992, p. 41.
  22. ^ Carrara, 1974, p. 50.
  23. ^ Carrara, 1974, p. 56.
  24. ^ Viviani, 1992, pp. 12-13.
  25. ^ Carrara, 1974, pp. 51-53.
  26. ^ Carrara, 1974, p. 52.
  27. ^ Viviani, 1992, p. 13-14.
  28. ^ Bonomi, 2005, p. 38.
  29. ^ Carrara, 1974, pp. 56-57.
  30. ^ Bonomi, 2005, pp. 45-46.
  31. ^ Carrara, 1974, p. 57.
  32. ^ Bonomi, 2005, p. 46.
  33. ^ Viviani, 1992, p. 15.
  34. ^ Viviani, 1992, p. 16.
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  37. ^ Carrara, 1974, p. 60.
  38. ^ Bonomi, 2005, p. 47.
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  40. ^ Carrara, 1974, pp. 57-58.
  41. ^ Bonomi, 2005, p. 49.
  42. ^ Carrara, 1974, p. 53.
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  45. ^ Carrara, 1974, p. 63.
  46. ^ a b Benini, 1988, p. 212.
  47. ^ Carrara, 1974, p. 64.
  48. ^ Carrara, 1974, p. 65.
  49. ^ Carrara, 1974, p. 66.
  50. ^ Bonomi, 2005, p. 61.
  51. ^ Carrara, 1974, p. 67.
  52. ^ Carrara, 1974, p. 68.
  53. ^ a b c Viviani, 2004, p. 286.
  54. ^ Bonomi, 2005, p. 62.
  55. ^ Carrara, 1974, p. 69.
  56. ^ Carrara, 1974, p. 72.
  57. ^ Carrara, 1974, p. 73.
  58. ^ Bonomi, 2005, p. 63.
  59. ^ a b c Viviani, 1992, p. 24.
  60. ^ Viviani, 1992, pp. 25-28.
  61. ^ Viviani, 1992, pp. 27-28.
  62. ^ Viviani, 1992, p. 28.
  63. ^ Viviani, 1992, p. 31.
  64. ^ Viviani, 1992, pp. 31-32.
  65. ^ a b Carrara, 1974, p. 43.
  66. ^ Viviani, 1992, pp. 29-30.
  67. ^ Arslan, 1939, p. 79.
  68. ^ Viviani, 1992, p. 29.
  69. ^ Viviani, 1992, p. 32.
  70. ^ a b c Viviani, 1992, p. 34.
  71. ^ Viviani, 1992, pp. 35-36.
  72. ^ Viviani, 1992, p. 37.
  73. ^ Viviani, 1992, pp. 37-38.
  74. ^ Viviani, 1992, p. 38.
  75. ^ Viviani, 1992, pp. 39-40.
  76. ^ Viviani, 1992, pp. 52-53.
  77. ^ a b Viviani, 1992, p. 48.
  78. ^ Viviani, 1992, pp. 44-45.
  79. ^ Viviani, 1992, p. 46.
  80. ^ Viviani, 1992, p. 50.
  81. ^ Viviani, 1992, pp. 50-52.

Bibliografia

  • Wart Arslan, L'architettura romanica veronese, Verona, 1939, ISBN non esistente.
  • Gianfranco Benini, Le chiese di Verona: guida storico-artistica, Arte e natura libri, 1988, ISBN non esistente.
  • Riccardo Bonomi, La mia chiesa. Tempium Dei et ornamentum civitatis, Verona, 2005, ISBN non esistente.
  • Mario Carrara, La SS. Trinità in Monte Oliveto, Verona, Stimmatini Verona, 1974, ISBN non esistente.
  • Enrica Cozzi, La pittura nel Veneto. Il Trecento, a cura di Mauro Lucco, Electa, 1992, ISBN non esistente.
  • Gian Loreno Mellini, Scultori veronesi del trecento, Milano, Electa, 1971, ISBN non esistente.
  • Carlo Guido Mor, Dalla caduta dell'Impero al comune, Verona, Istituto per gli studi storici veronesi, 1964, ISBN non esistente.
  • Antonio Pighi, Al reverendissimo arciprete D. Gaetano Giacobbe nell'auspicatissimo suo 50º anno di cura parochiale alla Ss. Trinità queste memorie storiche della sua chiesa e parochia, Verona, Co' tipi di Antonio Gurisatti, 1893, ISBN non esistente.
  • Giuseppe Franco Viviani, La chiesa della SS. Trinità in Monte Oliveto Verona, Verona, Parrocchia della SS. Trinità M/O, 1992, ISBN non esistente.
  • Giuseppe Franco Viviani, Chiese nel veronese, Verona, Società cattolica di assicurazione, 2004, ISBN non esistente.

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